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| ACCORDO UE-MAROCCO, L’INIZIO DELLA FINE PER L’ECONOMIA DEL SUD |
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Strasburgo, sede del parlamento europeo, ha appena varato un accordo tra Ue e Marocco. Fin qui tutto liscio - si direbbe. A prima vista, infatti, l’apertura del mercato tra una fiorente economia di un paese nordafricano, attorniato da regioni palcoscenico di profondi sconvolgimenti politici, e il colosso europeo è certamente indice di lungimiranza politica ed economica. Se poi, ad uno sguardo più approfondito, si osserva meglio il comparto produttivo del paese in questione, qualche dubbio comincia a sorgere sull’effettiva bontà dell’accordo. Il Marocco attualmente è il secondo esportatore al mondo di agrumi e occupa i primi posti della classifica globale per esportazione di verdure grazie, soprattutto, alla possibilità di inserirsi sul mercato in anticipo rispetto ai cicli del clima europeo. Il vantaggio “cronologico” si associa ai costi di produzione decisamente più contenuti rispetto ai competitor naturali: Spagna, Portogallo e Italia. Il Mezzogiorno dello stivale, in particolare, negli anni ha faticosamente costruito un primato nel mercato degli agrumi e dell’ortofrutta, subendo, già nei primi anni della moneta unica, la concorrenza californiana, turca e spagnola. Grazie agli elevati standard qualitativi, il Sud ha comunque mantenuto una dignitosa fetta di mercato fino ad oggi. Ma ecco sopraggiungere l’accordo di Strasburgo e l’apertura al Marocco: il testo prevede infatti la liberalizzazione di molti prodotti ortofrutticoli e ittici. Se fino ad oggi le arance marocchine erano piazzate sul mercato ortofrutticolo a circa 30 centesimi al chilo (prezzo attuale delle arance siciliane), da domani, in base all’accordo, potrebbero scendere fino a 17 centesimi al chilo. Anche l’occhio più inesperto può facilmente dedurre che ciò significa uccidere la filiera produttiva meridionale. L’eliminazione del 55% dei dazi doganali sui prodotti in uscita dal Marocco e del 70% sui prodotti in entrata provenienti dall’Ue, sancisce di fatto il destino dell’agricoltura del Mezzogiorno. I parlamentari europei non hanno però acconsentito un’apertura totale sui prodotti. La forte rappresentanza nord europea è riuscita a tutelare prodotti quali fragole, pomodori, cocomeri e aglio. E i parlamentari italiani? Dov’erano al momento di dover difendere la produzione tipica dello Stivale? Non c’erano o, se c’erano, hanno candidamente acconsentito al massacro dell’economia del Mezzogiorno, tranne rare eccezioni. La domanda sorge dunque spontanea: a cosa serve una rappresentanza europea se non si è in grado di essere difensori degli interessi economici della propria nazione? |